ClaudioMATARAZZO

Praga 1968 - 50 anni dopo

Il 14 maggio di 60 anni fa otto paesi dell’Europa dell’est firmarono il Patto di Varsavia. L’inizio della costruzione del Muro di Berlino iniziò anni dopo, nel 1961, ma con il Patto di Varsavia sottoscritto nel 1955 – per esteso “Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza”, che prevedeva integrazione militare, consultazioni politiche e impegno alla difesa reciproca in caso di aggressione –i due blocchi, quello occidentale guidato dagli Stati Uniti e quello orientale guidato dall’Unione Sovietica, cominciarono a fronteggiarsi con i rispettivi sistemi di difesa. Il patto di Varsavia nacque infatti formalmente come contrapposizione all’Alleanza del Patto Atlantico (NATO) alla quale una settimana prima aveva aderito la Germania dell’Ovest (6 maggio 1955). Venne firmato da otto paesi: Unione Sovietica, Ungheria, Romania, Polonia, Germania dell’Est, Cecoslovacchia, Bulgaria, Albania (che uscirà di fatto nel 1961 e ufficialmente nel 1968 con la crisi tra URSS e Cina maoista, prendendo le parti di quest’ultima). Quando con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, il Patto di Varsavia cessò di esistere, la NATO rimase invece ancora operante.Il Patto di Varsavia venne elaborato da Nikita Chruščëv, segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS). Nacque come risposta politica al riarmo della Repubblica federale di Germania consentito in seguito alla decisione degli ex Alleati di accogliere il paese sotto la loro influenza nella NATO, ma anche e soprattutto dalla volontà dell’Unione Sovietica di rafforzare il proprio controllo sui cosiddetti “paesi satelliti” dell’Europa dell’est, con i quali l’URSS aveva già stabilito una serie di accordi bilaterali di alleanza. Nel patto, che era costituito da undici articoli, era fondamentale il quarto che imponeva la reciproca difesa e la mobilitazione degli eserciti dei singoli alleati in caso di aggressione a uno dei paesi aderenti. La nuova organizzazione era dominata dai sovietici (tutte le cariche più importanti erano occupate da russi) e i tentativi di abbandonare il Patto da parte degli stati membri furono repressi con la forza, come durante la Rivoluzione Ungherese del 1956. Il Patto funzionò insomma soprattutto come copertura politica per dare un’immagine di equilibrio e omogeneità decisionale tra i vari stati membri, ma anche per portare avanti nei fatti la “dottrina Brežnev”, che prevedeva che «quando forze ostili al socialismo cercano di deviare lo sviluppo dei paesi socialisti verso il capitalismo, questo diventa un problema, non solo della nazione interessata, ma un problema comune a tutti gli Stati socialisti». Per molti anni, durante la Guerra Fredda, gli eserciti della NATO e del Patto di Varsavia si contrapposero indirettamente senza affrontarsi mai in un conflitto aperto. Nei suoi 36 anni di vita, il Patto operò di fatto una sola volta, quando nel 1968 Mosca fece formalmente decidere agli alleati di invadere la Cecoslovacchia per soffocare la Primavera di Praga e deporre il governo del “socialismo dal volto umano” di Alexander Dubcek. Già all’inizio degli anni Ottanta il Patto cominciò a perdere forza, quando cioè si decise di non applicare la dottrina Brežnev contro Solidarność, il sindacato libero guidato da Lech Walesa che si costituì nella Polonia comunista in seguito agli scioperi degli operai nei cantieri di Danzica e che accanto alle rivendicazioni economiche affiancò ben presto anche quelle politiche. Qualche anno dopo (dicembre 1988), Mikhail Gorbačëv, leader dell’Unione Sovietica, annunciò la cosiddetta “dottrina Sinatra” e l’abbandono della “dottrina Brežnev”. L’URSS decise cioè di non intervenire negli affari interni delle nazioni alleate del Patto di Varsavia lasciando a ciascun paese la libertà di fare “a modo suo” (la nuova dottrina venne chiamata così per via della canzone di Frank Sinatra My Way, “a modo mio”). ( Il Post ) «Mi sono trovato davanti a qualcosa più grande di me. Era una situazione straordinaria, in cui non c’era tempo di ragionare, ma quella era la mia vita, la mia storia, il mio Paese.» Così Josef Koudelka quel 21 agosto 1968 quando, come tutti gli abitanti di Praga, scese in strada per vedere cosa stesse succedendo. L’invasione provocò una grande ondata di emigrazione, contrastata poco efficacemente dai sovietici. Il dramma del popolo ceco fu condiviso dall’opinione pubblica internazionale che, toccata dall’evento espresse vicinanza alla nazione ceca. Celebre testimonianza dell’invasione è il romanzo "L'insostenibile leggerezza dell'essere" di Milan Kundera, in cui il clima della Primavera di Praga condiziona tutta la vicenda.
loading